Gaslighting, ghosting e red flag: parliamo del linguaggio psicologico
Da gaslighting a burnout: alcune domande sulle parole della psicologia entrate nel linguaggio quotidiano
Gaslighting, ghosting, red flag, overthinking, burnout. Parole che fino a qualche anno fa appartenevano a contesti specifici sono entrate nelle conversazioni, nei social e nel modo in cui raccontiamo noi e le nostre relazioni.
La terapia non ci salverà di Giulia Bergamaschi, un libro che spinge a interrogarsi proprio sulla crescente psicologizzazione della vita quotidiana, parla (anche) di questo e, oltre a essere una lettura davvero consigliata, dà una spinta a tutta una serie di considerazioni che è il momento giusto di fare.

La dottoressa Laura Princivalli, psicologa iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia e psicoterapeuta interazionista, parte da questa riflessione per rispondere ad alcune FAQ sul modo in cui utilizziamo il linguaggio psicologico. Se volessi approfondire questi temi o iniziare un percorso con unə psicoterapeuta online, puoi contattarla a info@psicoterapeuta-online.com
1. Che cosa significa psicologizzazione del linguaggio?
La psicologizzazione del linguaggio riguarda il modo in cui parole nate in ambito psicologico o diventate popolari attraverso la psicologia vengono utilizzate per descrivere esperienze quotidiane.
Oggi può capitare di definire una persona “tossica”, una relazione “disfunzionale” o un comportamento una “red flag”. Queste parole possono aiutarci a raccontare qualcosa che prima faticavamo a nominare. Ma possono anche diventare categorie attraverso cui interpretiamo una situazione prima ancora di chiederci cosa stia succedendo.
Il punto non è smettere di usarle. È domandarsi cosa ci permettono di vedere e cosa, invece, rischiano di lasciare fuori.
2. Gaslighting, ghosting e red flag ci aiutano a capire le relazioni?
Dipende da come utilizziamo queste parole.
Con gaslighting si indica generalmente un comportamento attraverso cui una persona porta un’altra a mettere in dubbio la propria percezione di ciò che è accaduto. Ghosting permette di nominare l’interruzione improvvisa di una comunicazione senza spiegazioni. Una red flag indica invece qualcosa che interpretiamo come un segnale di allarme.
Sono espressioni che possono essere utili per raccontare rapidamente un’esperienza. Il rischio è che diventino una spiegazione prima ancora di aver provato a comprendere quello che è successo.
Dire “mi sta facendo gaslighting” o identificare un comportamento come una red flag produce già una lettura della relazione. Prima della parola, però, esiste ciò che è successo tra quelle persone e il significato che ha assunto per chi lo sta vivendo.
In un percorso con unə psicoterapeuta online può essere utile partire dalla parola utilizzata e poi provare ad aprirla: cosa stiamo chiamando gaslighting? Cosa è successo? Come abbiamo interpretato quel comportamento? Che cosa ha prodotto nella relazione?
3. Usare parole psicologiche significa patologizzare quello che viviamo?
Non necessariamente. Avere più parole a disposizione può permetterci di riconoscere e comunicare esperienze che prima rimanevano difficili da raccontare.
Il rischio nasce quando la parola smette di essere uno strumento e diventa una spiegazione completa.
Overthinking, burnout, trauma, narcisismo: utilizzare un termine può dare una forma a ciò che stiamo vivendo. Ma nessuna parola racconta automaticamente perché quella situazione abbia assunto proprio quel significato per noi.
Come osserva Bergamaschi in La terapia non ci salverà, la diffusione del linguaggio terapeutico può legittimare la richiesta di aiuto e, allo stesso tempo, rischiare di trasformare esperienze umane in categorie rigide.
4. Il linguaggio psicologico ci sta facendo dimenticare gli altri?
Il linguaggio psicologico può portarci a cercare dentro la persona la spiegazione di esperienze che prendono forma nelle relazioni, nel lavoro e nel contesto sociale in cui viviamo.
Avere parole per raccontare ciò che proviamo può essere utile. Il rischio è che quelle stesse parole restringano il campo attraverso cui osserviamo il problema.
Se una persona parla di burnout, per esempio, possiamo concentrarci sulla sua capacità di gestire lo stress, di porre dei limiti o di trovare un equilibrio. Ma possiamo anche chiederci in quale ambiente lavora, quali richieste riceve, quali possibilità ha di sottrarsi a quelle richieste e quale idea di produttività condivide il contesto in cui vive.
Lo stesso può accadere nelle relazioni. Parole come gaslighting, ghosting o red flag possono aiutarci a nominare ciò che accade, ma possono anche portarci a cercare rapidamente caratteristiche e responsabilità nel singolo, perdendo di vista la relazione e la rete di significati dentro cui quel comportamento avviene.
La domanda allora può allargarsi: non soltanto “che cosa c’è in me o nell’altra persona?”, ma “che cosa sta succedendo tra noi e dentro quale contesto sta succedendo?”.
5. Come possiamo usare il linguaggio psicologico?
Non credo che la questione sia decidere quali parole possiamo o non possiamo usare.
La terapia non ci salverà ci aiuta: non nega l’utilità della psicoterapia, e insieme, interroga ciò che accade quando il linguaggio terapeutico diventa il modo principale attraverso cui interpretiamo noi, le altre persone e le relazioni.
Possiamo chiamare qualcosa gaslighting, riconoscere una red flag o parlare di overthinking. E poi continuare a farci domande.
Nel lavoro con unə psicoterapeuta online, una parola può essere l’inizio della conversazione, non necessariamente la sua conclusione. E, poi, esiste il mondo fuori dalla terapia.